è una brevissima storia che mi è venuta in mente tempo fa, spero vi piaccia
Terra arida. Terra bruciata. Terra morta. I suoi occhi potevano vagare indisturbati sino alla linea dell’orizzonte spezzata solo da monconi carbonizzati, simulacri di un’antica foresta. Il piccolo elfo fissò ciò che ne restava e una serpente di cristallo scese lungo la sua guancia alabastrina. Unico punto luminoso in quella desolazione. S’inginocchiò a terra. Chiuse gli occhi. Il mantello verde cadde morto alle sue spalle. Tutto era immobile. Privo di vita. Non vi era aria all’intorno, né l’alito del vento a spazzare le ceneri trasportandole lontano, come brandelli di ricordi di un mondo perduto. L’elfo aprì gli occhi verdi e luminosi, bagnati dalle sue lacrime, le stesse di quella terra devastata. Le sue piccole mani pallide accarezzarono il suolo raccogliendo le polveri della valle di Paland. Le strinse. Non voleva lasciarle. Ma ancora una volta il fato gli fu avverso. E come il Caos aveva raso al suolo la sua amata terra, così, un unico alito di vento gli rubò ciò che ne rimaneva strappandogliele tra le dita. Le ceneri volarono via: un linea sinuosa e grigia nel vento. Poi, come per dispetto, la brezza cessò e tutto fu di nuovo immobile. Il mantello verde ricadde esanime, i capelli corvini dell’elfo s’appiattirono sulla sua fronte. Lo sguardo del piccolo si spostò ad ovest dove un tempo scorreva il fiume Nindorel che non rifletteva più i raggi del sole, ma solo un cielo plumbeo. Anche lui immobile. L’elfo s’alzò e senza asciugarsi le lacrime si diresse verso la foresta. Si mosse lentamente tra gli scheletri della grandi querce che un tempo animavano la selva col fruscio di foglie verdeggianti. Sotto i suoi stivali dei rametti scricchiolarono. L’ombra di un falco passò sul suo capo lanciando un grido acuto. L’urlo disperato della terra che s’innalza nel cielo, pensò il piccolo tra sé. Il rapace andò a posarsi un ramo scheletrico lanciando un sguardo dorato all’elfo. Poi si rialzò in volo. Un immenso albero s’ergeva tra tutti quei monconi. Ma anche lui era morto. Morto come il fiume che un tempo scorreva limpido nella valle, morto come la foresta di cui un tempo era stato padre e protettore. I suoi lunghi rami erano spogli, scheletri di legno che si protendevano verso il grigiore soprastante implorando quella pioggia che il cielo non gli avrebbe mai regalato. L’elfo passò oltre seguito dal volo silenzioso del rapace e dal funereo scricchioli dei rami sotto i suoi piedi. Infine, la videro. Una roccia annerita dal fuoco nella quale era conficcata una spada. Arrenduin, l’antica lama degli elfi che un tempo aveva spazzato l’esercito delle ombre trafiggendole come brandelli di fumo, quando nessun arma mortale era stata in grado di farlo. Intorno alla spada s’avvolgevano foglie d’edera avvizzite, che si sgretolarono non appena la mano marmorea dell’elfo sfiorò l’elsa della spada. Era fredda. Gelida come la morte che si respirava nell’aria greve che comprimeva l’intera valle, creando una cappa impenetrabile di nebbia malsana ed appiccicosa che s’alzava dal fiume snodandosi sino alla foresta, lambendo i tronchi degli alberi in volute di fumo bianco e denso. L’elfo liberò la spada dai rami secchi e senza vita, come un antico monile che riposa tra le mani avvizzite d’un vecchio. Nonostante il Caos fosse divagato sino a perdita d’occhi nulla aveva scalfito l’arma: un fascia d’argento tra i grigiori del cielo ed i monconi d’alberi. Sulla lama si vedeva ancora una scritta vergata in caratteri sinuosi e complessi. L’elfo l’accarezzò abbassandosi per leggere l’iscrizione. Il piccolo elfo alzò gli occhi al cielo, quasi in un muto richiamo a qualche divinità dimenticata. Una lacrima sgorgò dai suoi occhi smeraldo scendendo poi lungo il suo collo ed infilandosi nel collo della camicia a sbuffo. E, tra il silenzio straziante, una voce s’alzò melodiosa: un sussurro che raggiunse l’interava valle innanzi a quella quiete che aveva un che di lugubre e spaventoso. Delle note armoniche che s’aprirono limpide, mentre l’elsa d’argento pulsava di vita tra le mani pallide dell’elfo, una vita che pervase l’intera lama infondendole calore.
-Ti prego spada sfoderati, non per la morte, ma per vita – sussurrò l’elfo nell’antica lingua del suo popolo, una lingua che il mondo aveva dimenticato ma ancora riecheggiava là dove l’antica magia non aveva abbandonato il mondo mortale. La roccia liberò la spada mentre le parole dell’elfo si spegnevano lasciando il posto alla desolazione precedente. Cinse le mani intorno all’elsa ed un formicolio l’invase, come una strana forza proveniente dalla spada stessa, e l’elfo seppe che le leggende erano vere, che il suo viaggio sino là, dove mesi prima era fuggito per scampare al Caos, non era stato inutile. Quella spada, antica quanto la terra su cui camminava, era stata forgiata dal più abile artigiano degli elfi quando per la prima volta il Caos giunse da Est radendo al suolo le città degli uomini e fermandosi dove i primi alberi della Grande Foresta s’estendevano nell’intera vallata. Era stato proprio grazie ad Arrenduin che l’eroe Belantine aveva combattuto l’epica battaglia contro le Ombre inviate dal Caos. Ma non era solo questo che l’antico manufatto era in grado di fare, esso poteva richiamare il Grande Drago del Mondo, l’unico capace di restituire la vita strappata a quella terra. Ed era proprio ciò che il l’elfo aveva intenzione di fare. Un lampo di luce azzurra attraversò le lama sino alla punta, un vento improvviso s’alzò all’intorno sollevando il suo mantello e scompigliandogli i riccioli neri, alzò gli occhi al cielo grigio e, all’orizzonte, oltre gli ultimi monconi della foresta, intravide quello che poteva essere un’aquila, ma non appena si fece più vicina scoprì che era molto più grande. Il Grande Drago del Mondo. Man mano che s’avvicinava il suo sbatter d’ali provocava uno sempre più forte spostamento d’aria, finché non atterrò di fronte all’elfo, richiudendo con movimento elegante l’enormi ali traslucide. Il drago inarcò il collo squamoso dai colori verdi intensi che variavano al blu, simile ad una grande gemma, anche sotto i baglior grigi e surreali che avvolgevano l’intero paesaggio parve luminoso come se fosse baciato dal sole allo zenit. Riflessi verdi e blu modellavano il suo corpo sinuoso ricoperto di scaglie sino all’agile coda a lancia e su, lungo le creste che ne sottolineavano la spina dorsale per poi risalire il collo elegante. Il muso appuntito s’abbassò ad osservare l’elfo con i suoi occhi rubino rossi come braci ardenti. L’elfo fece un passò in avanti, guardò il drago, ricambiando lo sguardo rubino con la profondità dei suoi smeraldi e stendendo le mani verso la creatura, quasi a volergli porgere la spada. – La terra muore-, furono le uniche parole dell’elfo, ricambiate dall’intenso sguardo bruciante del drago. Il Grande Drago del Mondo spiccò il volo aprendo l’enormi ali che sembravano abbracciare l’intera valle. Volò a raso terra e, solo quando sparì oltre l’orizzonte, le nubi si squarciarono in cielo aprendosi su una distesa d’erba toccata dalle lame del sole che trafiggevano la nebbia. Il fiume scorse limpido gettando bagliori dorati fin dove l’occhio dell’elfo poteva vagare indisturbato innanzi a quell’orizzonte infinito. Il vento, un vento che profumava di vita, scosse i capelli neri come la notte del piccolo elfo, entrando nei risvolti della sua camicia bianca che si gonfiava a quella brezza primaverile sollevandogli il mantello. Il sole, orami alto, gl’illuminò gli occhi smeraldo, mentre il suo volto s’apriva in un sorriso.